ITA – Violenta presenza, una recensione del romanzo d’esordio ambientato nei Paesi Baschi di Edurne Portela

La violenza è un tratto distintivo dello stare al mondo, del vivere. Nelle sue accezioni più psicologiche si classifica come l’imprescindibile miccia della crescita. Se non necessaria, semplicemente inevitabile. Non è solo quella attiva, rumorosa, fisica ma si annida più scaltramente anche nelle prevaricazioni dei desideri inespressi, dell’impossibilità di non scontrarsi con il mondo. Meglio l’assenza sembra parlare anche di questo.

Amaia è una bambina nata sul finire degli anni ’70 nei Paesi Baschi, negli anni dell’entrata in vigore della Costituzione spagnola, in una famiglia apparentemente normale. È la sua voce in prima persona a raccontare ogni avvenimento, nello svolgersi di capitoli che segnano di anno in anno la crescita della bambina, psicologica e fisica. Col passare del tempo l’io narrante inizia a comprendere piccole cose, che al lettore già apparivano chiare, ad esempio la piccola Amayta scopre come mai Ama (la madre) passa tutto quel tempo stesa a letto, senza muoversi, assonnata e ricca di cattivo odore con accanto una bottiglia vuota. Scopre anche ben presto la paura per la furia di Aita (il padre), che si riversa sulla madre inerme e sui fratelli più grandi che cercano di proteggerla. Di questo passo la protagonista cresce e cerca il proprio spazio nel mondo, nel tentativo di divincolarsi da una tragica situazione famigliare.

Fa da epigrafe a questo romanzo d’esordio di Edurne Portela un piccolo trafiletto che svela al lettore, fin da subito, l’esito infelice degli eventi, come a dire che questa storia, come altre, sia inevitabilmente destinata a una fine sofferta. Il padre di Amaia è implicato in loschi affari, nessuno da principio sa bene cosa faccia e perché, e nessuno della famiglia ha davvero il coraggio di chiedere lui conto delle scritte minacciose che appaiono sui muri della casa. Nel frattempo quel che trapela del mondo di fuori è il forte sommovimento sociale e politico di quegli anni tesi e pericolosi, ricchi di collettivi in rivolta e attentati.

I fratelli cercano di scappare dalla violenza famigliare come possono. Aitor sogna di fuggire a Madrid per studiare filosofia mentre Kepa si arruola in strani fronti di resistenza e il più grande, Anìbal, incede purtroppo in un vortice che lo porterà tra le braccia dell’eroina. L’autrice sembra suggerire che non ci possa essere davvero scampo, salvo forse un miracolo.

Amaia cresce chiudendosi in sé stessa, in libri che sfoglia con una frenesia vorace. Legge Cent’anni di solitudine di Marquez e Marias, anche se quest’ultimo la annoia al punto di abbandonarne la lettura. Curioso che abbandoni proprio Marias, senza svelare quale fosse il titolo tra le sue mani, perché una traccia della stessa inesorabilità di Un cuore così bianco sembra quasi tangibile. Il passato, in ambedue gli scritti, sembra configurarsi come un fiume in piena pronto a travolgere la nostra vita, noncurante dell’impatto che può avere su di noi. Scopriremo se la protagonista, che nelle ultime pagine ci racconta il suo ritorno alla città natale, troverà qualcosa cui aggrapparsi o finirà distrutta, dalla corrente.

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